EPR e registrazione degli imballaggi: dove, quanto, e cosa succede se lo salti

La responsabilità estesa del produttore obbliga chi immette prodotti imballati su un mercato a pagare la raccolta e il riciclo di quegli imballaggi. Non è materia doganale né materia fiscale, e proprio per questo è l’obbligo più spesso dimenticato da venditori che avevano curato gli altri due. In Italia il perno è il CONAI, e dal 2023 si è aggiunto un secondo obbligo che non riguarda i soldi ma la stampa: l’etichettatura ambientale.

Cosa lo fa scattare

Immettere prodotti imballati su un mercato nazionale. Non importarli, non venderli da quel paese — immetterli lì sul mercato. Se spedisci un pacco a un consumatore tedesco, hai immesso sul mercato tedesco la sua scatola, il riempitivo e il nastro.

Nella maggior parte dei paesi non c’è una soglia dietro cui ripararsi, e non esiste una registrazione unica europea. Ogni Stato membro ha il suo sistema, il suo registro e il suo tariffario. Vendere in cinque paesi significa cinque registrazioni.

E copre più del cartone. Ci sono obblighi distinti per apparecchiature elettriche (RAEE) e pile, ciascuno con la propria iscrizione — in Italia il Registro AEE presso le Camere di commercio, separato dal CONAI.

Chi deve farlo davvero

Il primo soggetto che immette i beni su quel mercato nazionale. Per un venditore che spedisce a consumatori all’estero, di norma sei tu — non il tuo fornitore e non il marketplace.

Alcuni paesi pretendono un rappresentante autorizzato stabilito sul posto se tu non lo sei. Altri ti lasciano iscrivere direttamente. È il punto in cui i costi tra mercati divergono di più, e vale la pena verificarlo prima di dare per scontato che un paese sia economico da aprire.

In Italia si aderisce al CONAI e, tramite lui, ai consorzi di filiera: Comieco per carta e cartone, Corepla per la plastica, Ricrea per l’acciaio, Cial per l’alluminio, Rilegno per il legno, Coreve per il vetro. Non scegli tu il consorzio: lo decide il materiale che immetti. Chi spedisce in scatole di cartone con protezioni in plastica sta in due filiere, non in una.

Come viene fatto rispettare oggi

Non dalla dogana, e raramente da un ispettore che bussa. Dai marketplace.

Le piattaforme devono verificare che i venditori abbiano numeri di registrazione validi per i mercati su cui vendono, e lo impongono nell’unico modo che hanno: bloccando le inserzioni. I venditori scoprono l’obbligo tipicamente quando le loro offerte smettono di comparire in un paese, che è un modo caro di venirlo a sapere.

I numeri si inseriscono nell’account venditore e vengono confrontati con il registro nazionale. Un numero che non corrisponde, o scaduto, produce lo stesso risultato di nessun numero.

Quanto costa

Due componenti, e la seconda è quella che si sottovaluta.

Iscrizione e amministrazione — un costo annuo fisso per paese, più il compenso di un rappresentante dove serve.

Un contributo a peso — in Italia il Contributo Ambientale CONAI, dovuto per tonnellata di ciascun materiale immesso al consumo e dichiarato periodicamente. Il cartone costa poco; le plastiche e i materiali compositi no, e la plastica è già divisa in fasce contributive a seconda di quanto è riciclabile: la stessa logica di eco-modulazione che altri paesi stanno introducendo ora.

Così il peso dell’imballaggio diventa un costo diretto e ricorrente. È un argomento in più per dimensionare le scatole sul prodotto, accanto al risparmio di nolo: gli stessi due centimetri tolti per lato abbassano insieme il peso volumetrico tassabile e il contributo.

L’etichettatura ambientale, che è un obbligo a parte

Dal 2023 tutti gli imballaggi immessi sul mercato italiano devono riportare l’identificazione del materiale secondo la codifica europea, e quelli destinati al consumatore anche le indicazioni per la raccolta differenziata. Non è una questione di contributi: è stampa sull’imballaggio, e riguarda anche chi vende in Italia da fuori.

La conseguenza pratica è la stessa che in Francia col Triman: la scatola pensata per un mercato non sempre va bene per l’altro, e la scelta si fa quando ordini gli imballaggi, non quando arriva il primo ordine italiano. Chi se ne accorge dopo si ritrova a mettere etichette adesive a mano su un bancale già pronto.

La dichiarazione è la parte che morde

Iscriversi è un modulo. Dichiarare è un obbligo continuo: riporti il peso di ogni materiale di imballaggio immesso su ogni mercato, di solito una volta l’anno, a volte più spesso.

Vuol dire conoscere il peso dell’imballaggio di ogni prodotto che spedisci, per materiale. Chi non ha mai pesato una scatola vuota se ne accorge tardi e finisce a stimare con la scadenza addosso. Pesa gli imballaggi una volta per SKU, annotali accanto alle dimensioni che già tieni per il peso volumetrico, e la dichiarazione annuale diventa un esercizio da foglio di calcolo invece che un progetto.

Un ordine di lavoro realistico

  1. Elenca i paesi in cui spedisci davvero, non quelli in cui potresti.
  2. Per ciascuno guarda quali sistemi si applicano: imballaggi sempre, più RAEE e pile se i tuoi prodotti li riguardano.
  3. Iscriviti, o nomina un rappresentante dove è richiesto, e metti subito i numeri negli account marketplace: è quello che sblocca le inserzioni.
  4. Registra i pesi degli imballaggi per SKU e per materiale mentre imposti tutto, non quando scade la dichiarazione.
  5. Metti le date di dichiarazione in calendario. Cambiano da paese a paese.

Trattalo come un costo di ingresso in un mercato, alla pari della registrazione IVA. Un paese che sembra interessante a volume può avere un altro aspetto una volta prezzati entrambi — ed è meglio scoprirlo prima di entrare che dopo. La lista completa per una prima importazione è in importare dalla Cina.

Domande frequenti

Nella maggior parte dei paesi no. L’obbligo nasce dall’immissione di imballaggi sul mercato, non da un volume d’affari. Qualche mercato prevede semplificazioni per piccole quantità, ma sono eccezioni e non la regola.

No. I marketplace verificano la tua registrazione; non la tengono per te. Alcuni offrono servizi partner che curano l’iscrizione a pagamento, il che è una comodità, non un trasferimento dell’obbligo.

L’imballaggio da trasporto che arriva al cliente finale conta. Se la scatola del fornitore è quella con cui spedisci, è imballaggio che hai immesso tu. Gli imballaggi esterni che restano in magazzino seguono le regole degli imballaggi secondari e terziari, che cambiano da paese a paese.

Per l’IVA può cambiare, perché la piattaforma è spesso considerata fornitore. Per l’EPR no: l’obbligo segue chi ha immesso i beni sul mercato, e quello sei tu.

Sì, e questo è il punto che sfugge più spesso. L’importatore di merci imballate è lui stesso soggetto al contributo sugli imballaggi che entrano con la merce, con procedure semplificate previste per chi importa. Non è compreso nel prezzo del fornitore cinese, e non lo assolve lo spedizioniere: lo dichiari tu.

Fonti ufficiali

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